Ci siamo! Questo è l’anno della svolta

Febbraio 2009. Da media asfittico a vettore in costante crescita. Nel giro di un anno e mezzo il Digitale terrestre si è scrollato di dosso la patina di tecnologia di secondo piano: l’etichetta poco onorevole di “parente povero” del più intraprendente digitale satellitare.

Pian piano, il DTT ha recuperato posizioni, si è fatto notare, gli investimenti sui suoi canali sono aumentati, Mediaset si è lanciata con grande impegno sul versante pay, la RAI con Freccero è tornata propositiva con nuovi canali gratuiti, uno su tutti Rai 4, in grado di riaggregare fette di pubblico sino a ieri distratte, ed è in fase di messa a punto Rai 5, che valorizzerà il patrimonio degli archivi.

Gli altri editori, dal canto loro, hanno mosso i primi passi anche se non è ancora abbastanza.
Gli ascolti soprattutto hanno visto un’impennata verso l’alto.

A novembre, l’intera offerta del Digitale terrestre ha superato la soglia del 7%; il tempo di utilizzo è stato del 7.6%, una quota raggiunta in un triennio che invece la Tv satellitare è riuscita a toccare dopo oltre dieci anni.
Rispetto al mese di ottobre, le elaborazioni dello studio Frasi sui dati Auditel hanno indicato una crescita del 18%: in un anno gli ascolti del Digitale terrestre sono aumentati del 153%.

Sempre a novembre ha stupito tutti il primo responso dell’Auditel sulla Sardegna all digital, un risultato che ha scardinato antiche gerarchie premiando la RAI, ma solo per la parte digitale (quella analogica è, invece, diminuita), SKY e i nuovi canali digitali terrestri, penalizzando invece Mediaset. Tutti segnali che qualcosa si sta muovendo.
Adesso poi l’iter operativo che prevede la progressiva digitalizzazione del Paese, per arrivare senza strappi allo switch-off del 2012, sta entrando nel vivo.

Il 2009 è un anno importante per  il passaggio dalla Tv analogica a quella digitale terrestre, complessivamente circa il 30% della popolazione nazionale verrà coinvolta.

Sono cinque le regioni interessate in tutto o in parte: Valle D’Aosta, Trentino Alto Adige, Lazio, Campania e Piemonte. Città di primo piano come Torino, Roma e Napoli, ma anche tanti altri capoluoghi importanti.
Un cambiamento decisivo, con diverse sfaccettature, perché interessa il rapporto tra produttori e consumatori di televisione, tra pubblica amministrazione e cittadini, coinvolgendo anche l’economia e il costume.

Quasi 8 milioni di famiglie con il decoder
Una grossa spinta alla diffusione della nuova tecnologia arriverà dalla politica di incentivazione statale all’acquisto dei decoder: in attesa della definizione dell’ammontare delle risorse da parte del Cipe, il sottosegretario alle Comunicazioni Paolo Romani ha annunciato che l’80% dei fondi sarà destinato al sostegno per le fasce deboli, il 20% alle attività accessorie (come comunicazione e call center).

Ma altro passaggio importante sarà l’obbligo, fissato per legge da aprile 2009, di vendere esclusivamente televisori con il sintonizzatore digitale integrato, che funzionano, dunque, senza decoder.
Per vedere le trasmissioni in digitale servono, infatti, televisioni abilitate o un decoder esterno da collegare al vecchio apparecchio analogico.

Secondo le stime elaborate da Makno e riportate dal numero di dicembre di Digita, la newsletter di Dgtvi, a fine ottobre si contavano 7 milioni 78 mila famiglie in possesso di almeno un decoder per il Digitale terrestre nell’abitazione principale (166 mila in più rispetto a settembre) e oltre 8 milioni di ricevitori: 719 mila quelli venduti a ottobre contro i 447 mila di settembre (rilevazioni Gfk), il 60% integrati.

Nel complesso, da febbraio 2004 i decoder venduti sono stati oltre 10,7 milioni; 3,5 milioni dall’inizio dell’anno. Un esercito di consumatori destinato ad aumentare e che, stando ai primi segnali dell’Auditel citati in precedenza, sembra aperto a nuove proposte televisive.

Copertura sempre più estesa
Entrando nel dettaglio la provincia di Trento, il Piemonte occidentale, il Lazio e la Campania sono le prossime tappe di un’evoluzione che vedrà digitalizzato nel 2010 il 70% della popolazione italiana.

Nella notte tra il 15 e 16 febbraio 2009 in 104 comuni della provincia di Trento e in 12 comuni delle province limitrofe (Bolzano, Verona, Vicenza) RaiDue e Rete 4 inizieranno a trasmettere solo in digitale.
Le tappe successive saranno il Piemonte occidentale (dal 21 aprile nelle province di Torino e Cuneo), il Lazio (dal 16 giugno) e la Campania (dal 15 settembre).

C’è, infine, la Valle d’Aosta che passerà in toto al Digitale terrestre, spegnendo la Tv analogica, a maggio 2009 (tra l’11 e il 22). Per Trento sono già partite la campagna di affissioni e spot radio e Tv e l’erogazione dei contributi da 50 euro per gli abbonati RAI di età pari o superiori a 75 anni.

Per il Piemonte il battage è iniziato proprio in questi giorni e dal 2 febbraio è attiva l’erogazione del contributo ministeriale di 50 euro agli abbonati RAI di età pari o superiore a 65 anni con un reddito inferiore ai 10 mila euro annui.
Nel frattempo l’Autorità per le garanzie nelle Comunicazioni ha avviato i tavoli di lavoro per i piani di assegnazione delle frequenze digitali.

La Sardegna digitale riapre i giochi dell’audience
La prima regione digitalizzata, la Sardegna, ha fatto da laboratorio. L’operazione di sganciamento dall’analogico è andata bene.
La più grande area all digital d’Europa vede ora oltre 1 milione e 600 mila persone in grado di guardare un’ottantina di canali rispetto ai 26 di una volta.

Solo il 2% dei sardi si è sentito preso alla sprovvista dal cambio di tecnologia, segno che le campagne di informazione sono servite. Più alta, il 26%, la percentuale di chi ha avuto problemi di natura tecnica, che sono però in fase di risoluzione.

Ma, come detto, ciò che ha più colpito sono stati i primi dati Auditel che hanno depresso le Tv tradizionali e al contrario esaltato quelle digitali e SKY. Troppo presto per chiedersi se sia arrivato il grimaldello per la redistribuzione del consumo televisivo, anche se le reti generaliste di RAI e Mediaset in un solo mese hanno perso complessivamente 7 punti di share rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Passo indietro anche per le emittenti locali sarde che si fermano al 2,3% (unica eccezione Videolina cha ha raggiunto lo share de La7), mentre sono cresciute la pay-tv di Rupert Murdoch (9,8%) e le altre Tv terrestri (categoria in cui sono compresi i canali free e pay del Digitale terrestre) che salendo di 5,9 punti hanno raggiunto quota 11,3%.

Nella Sardegna digitale le sei Tv di RAI e Mediaset hanno prodotto complessivamente il 75% di share: sette punti in meno della percentuale registrata dallo stesso duopolio in analogico. L’arretramento è avvenuto in una regione che presenta un’elevata età media della popolazione, precisamente quel tipo di pubblico che sino a ieri si diceva fisiologicamente vicino alle proposte delle Tv tradizionali.

Effetto novità, offerta più ricca
Le ragioni di tutto ciò sono diverse. Prima di tutto l’effetto novità. Molti telespettatori si sono, quindi, trovati davanti a un’offerta più che raddoppiata rispetto all’analogico, accettata con entusiasmo. Poi il fattore telecomando: mandato in soffitta quello analogico, è stato utilizzato quello dei nuovi televisori con decoder incorporato, oppure quello targato SKY se abbonati alla piattaforma satellitare.

Adesso per crescere ulteriormente il Digitale terrestre dovrà lavorare alla moltiplicazione dell’offerta creando gli spazi per l’ingresso di nuovi operatori che rispetto a quelli esistenti non hanno presidi da conservare.
Più operatori significa una maggiore offerta e più competizione, anche se i nuovi per farsi apprezzare dovranno dimostrare di avere palinsesti interessanti. È questo il percorso virtuoso indispensabile per far sì che il DTT possa aprire un nuovo capitolo nel sistema televisivo italiano.

Sarà interessante vedere la risposta di RAI e Mediaset che difficilmente staranno alla finestra. Soprattutto se il calo dell’audience che le riguarda continuerà anche nelle altre regioni “digitalizzate”.

La RAI, abbiamo visto, ha intrapreso un nuovo corso sul Digitale terrestre gratuito dopo il sonno degli anni scorsi; Mediaset, forte nell’offerta pay, ma abbastanza sguarnita sul lato dei canali gratuiti, dovrà decidere se colmare o meno il gap. Allo switch-off mancano ancora tre anni, un tempo sufficiente per ristrutturare la propria offerta secondo le regole imposte dal nuovo corso della multicanalità.

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