Dal boom al flop, cosa rischiano i signori delle Tv

Aprile 2009. Ci sono tante idee e molte dichiarazioni, ma nessun progetto chiaro per il passaggio alla Tv digitale in Italia.
Per il momento solo qualche provocazione tra offerta in chiaro e a pagamento. Come quella del vicepresidente di Mediaset, Piersilvio Berlusconi, raccolta dal Corriere della Sera: «Sky è una Tv per pochi e ricchi».

Rupert Murdoch ha risposto che a lui gli affari nel Belpaese vanno bene e non vede pericoli. La ribattuta di Berlusconi Jr. sembra un trattato sui consumi televisivi del popolo italiano: «Sky può essere vista da 4,7 milioni di famiglie italiane su un totale di 24. A volte le élite scambiano le proprie abitudini e i propri consumi come fossero quelli di tutti. Ma non è così».

Il management italiano di SKY ha intanto fatto trapelare più di qualche fastidio per la vicinanza tra la politica e Mediaset. Sono dichiarazioni di guerra? Nient’affatto. Sono solo considerazioni “furbe” per agitare le acque dopo anni di quieto duopolio tra Mediaset e RAI.
C’è bisogno di nuove alleanze. Di capire “chi c’è” e “chi ci fa” per usare un gergo da gang.

La torta pubblicitaria da dividere non crescerà in tempi di crisi: bisogna solo capire come dividersela.
Di sicuro, per adesso, c’è solo l’alleanza tra Tv di Stato e quella del Biscione per TivùSat, la piattaforma digitale via satellite nata per semplificare il passaggio dall’analogico al Digitale terrestre ma, di fatto, un’alternativa gratuita a SKY.

Scacco matto a Murdoch? Difficile metterlo fuorigioco, anche perché si vocifera di accordi tra SKY e il Gruppo L’Espresso. Senza dimenticare che La7 lascerà liberi spazi sul Digitale terrestre gratuito.
Un indizio? Il canale d’intrattenimento Sky Vivo ha già cambiato nome in Sky Uno, preludio al probabile sbarco nell’offerta generalista. La contromossa di RAI e Mediaset è la minaccia a SKY di togliere i loro canali generalisti dal bouquet della pay-tv.

Dilemma, stare o lasciare Sky?
La piattaforma satellitare in chiaro «non è un accordo editoriale, ma tecnologico e promozionale».
In un’intervista a l’Unità, il direttore generale della RAI, Claudio Cappon, ha spiegato come è nato il progetto TivùSat, che riunisce «Telecom Italia Media, RAI e Mediaset per assicurare la copertura del segnale su tutto il territorio nel passaggio al digitale» precisando: «Ho rispetto per Mediaset, ma è il nostro competitor come SKY; anche se, per alcune cose collaboriamo con entrambe, si fa l’accordo con l’uno e si compete con l’altro». Un manifesto abbastanza fumoso che non spiega bene cosa stia succedendo dietro le quinte.

Forse si vogliono monetizzare gli ascolti delle tre reti RAI generaliste. È questo il progetto dei dirigenti RAI che il prossimo giugno rinegozieranno con SKY l’accordo per il bouquet di RaiSat (Gambero Rosso, Premium, Extra, Cinema, Smash e Yoyo). I 60 milioni all’anno che viale Mazzini ha incassato tra il 2003 e il 2009 non basteranno più.

La mossa che ha allertato gli uomini di Murdoch è la decisione di disdire lo standard di criptaggio NDS per partire già da giugno. Preludio dell’abbandono della piattaforma SKY dei canali RAI? Non criptando più i suoi programmi in NDS gli abbonati alla pay-tv non potranno più vedere gli eventi RAI non disponibili per il satellite come sport, film e serie.

Sull’ipotesi di togliere i canali RAI dalla piattaforma a pagamento di SKY per passarli a TivùSat, Cappon ha scelto la prudenza: «Noi abbiamo impostato le condizioni strategiche, economiche, tecnologiche perché la questione possa essere affrontata al meglio dal nuovo vertice RAI per un cambiamento che si prospetta enorme dopo 50 anni».

Piersilvio Berlusconi, per il momento, esclude di abbandonare SKY con i suoi tre canali generalisti. «È presto per parlarne. Ci sarebbero rischi e vantaggi. Per ora il problema non si pone», ha dichiarato Berlusconi Jr.

Decoder unico, un rebus per le due piattaforme
Chi ha riportato nell’attualità la questione del decoder unico è stato Marco Crispino di Conto Tv, l’altra pay-tv satellitare che trasmette Calcio e programmi a luci rosse sul satellite. «Finalmente ci avviciniamo alla resa dei conti - ha detto il presidente di Conto Tv -. La nostra smart card non funziona nel decoder SKY che legge solo le sue. Per questo motivo abbiamo chiesto di raggiungere un accordo di simulcrypt reciproco che avrebbe consentito ai clienti SKY di fruire con un solo decoder anche delle nostre offerte e viceversa ai nostri clienti di vedere con il nostro decoder le offerte di Sky».

Alla luce della diatriba sul tavolo dell’Agcom proviamo a immaginare lo scenario peggiore per gli spettatori: RAI e Mediaset tolgono i canali generalisti e tematici in chiaro dalla piattaforma di SKY e li tengono in esclusiva sulla neonata TivùSat. Cosa fare per vederli via satellite nelle zone non raggiunte dal segnale analogico o Digitale terrestre?

L’unica soluzione, al momento, è di ipotizzare l’installazione di due decoder: quello SKY e quello TivùSat. Senza dimenticare che è sempre possibile aggiungere anche un box per il solo Digitale terrestre e sintonizzare i canali locali già disponibili con lo standard DTT.

Risultato: torna in auge la questione decoder “unico” che possa sostituire una selva di apparecchi e un consistente esborso per assicurarsi l’hardware necessario. Un mercato così, che già ai tempi di Tele+ e Stream fallì, può reggere?

È opinione diffusa tra gli analisti del mercato delle telecomunicazioni che i broadcaster della Tv a pagamento si trovino davanti a un bivio strategico per la loro sopravvivenza. Devono ripensare come rendere i loro servizi televisivi più attinenti con le richieste dei clienti. Magari creando mercati aperti e orizzontali, senza i limiti e gli steccati rappresentati da standard di criptaggio differenti.

Un esempio su cui riflettere
Un esempio può illustrare due modelli di business, spiegando i motivi del boom della telefonia cellulare e lo sboom che potrebbe travolgere la pay-tv.
Nati a metà degli anni Settanta, i due mercati hanno vissuto esperienze contrapposte: il numero di telefonini nel mondo presto arriverà a quota tre miliardi con una penetrazione del 50%; la pay-tv ha accumulato nello stesso periodo 150 milioni di clienti con una penetrazione del 5% del numero di case con una televisione.

Come mai? Gli operatori della telefonia mobile hanno sfruttato la rete GPS lasciando ai produttori la realizzazione di cellulari e sfidandosi sulla distribuzione di sim card e la copertura del segnale.
La chiave del successo è stato liberarsi della gestione dell’hardware: il telefonino è uguale per tutti gli operatori, la concorrenza è sul traffico voce e dati.

I costi per i clienti si sono abbassati esponenzialmente e gli affari sono cresciuti. La telefonia mobile è oggi una realtà che ha sorpassato il vecchio telefono di casa. Lezione preziosa per i broadcast di pay-tv, che sono da sempre “gelosi” del proprio decoder e sprecano risorse importanti solo per piazzare il loro box nelle case dei clienti. A ruota, ma solo dopo, arriva l’offerta di contenuti.

Un decoder “unico” multipiattaforma, un sistema di criptaggio sicuro e comune per tutti e sistemi interattivi basati su una stessa tecnologia: forse così sarebbe più facile parlare di un boom di abbonamenti alla Tv a pagamento, con minori costi e più soddisfazione per i clienti. Altrimenti la “vecchia Tv” resisterà come baluardo estremo contro le speculazioni dei nuovi operatori televisivi.

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