Digitale terrestre, il business è all’estero

Novembre
Giuseppe Braccini, responsabile pianificazione e sviluppo del business di Rai Way, ha tracciato un bilancio della situazione che ha visto la migrazione verso il digitale terminare nel 2012 con 19 multiplex nazionali attivi (contro una media europea di 4-5) e 490 mux locali. Rai ha investito nell'operazione 500 milioni e altri 400 sono arrivati da Mediaset per un'operazione molto complessa, a causa per esempio dell'orografia italiana, e che ha coinvolto un centinaio di aziende con quasi trecento milioni di fatturato complessivo e un migliaio di dipendenti.
Le difficoltà dello switch off hanno però permesso di accumulare un know-how importante che ora può essere rivenduto sui mercati stranieri, anche perché nel frattempo il fatturato delle imprese è sceso a circa 154 milioni. Infatti, all'estero esiste, un business potenziale di circa 650 milioni in Paesi a basso rischio come Tailandia, Cipro o Sud Africa, 700 milioni in paesi a rischio medio e 1000 milioni in paesi a rischio alto, ma non altissimo come Armenia, Benin e Cambogia.
In pratica 84 paesi devono ancora effettuare lo switch-off e possono essere terreno di caccia per le imprese italiane specializzate nel DVB-T, lo standard adottato in tutto il mondo.
Potenziale veicolo di business è anche il passaggio verso il T2, la seconda generazione dello standard del Digitale terrestre che, come ha sottolineato Gino Alberico, dirigente del Centro Ricerche Rai di Torino, aumenta la capacità di trasmissione del 50-60% ma comporta il cambio del decoder e spesso anche del TV. Le aziende italiane hanno quindi le capacità tecnologiche e Rai Way, l'azienda più importante del settore, può essere il player che mette insieme un gruppo di imprese che, superando il problema delle piccole dimensioni, possono presentarsi sui mercati stranieri, fornendo opportunità di lavoro sia imprenditoriale che dipendente, anche a personale italiano.
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