Equilibri in gioco e nuove alleanze Tv

Giugno 2008. Sembrava che la legge Gasparri fosse destinata a una profonda riforma, che prima o poi il ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni sarebbe riuscito a far passare i propri progetti di modifica della regolamentazione dello scenario Tv (uno dedicato alla RAI, l'altro al mercato nel suo complesso) e invece la situazione non è mutata affatto.

È successo che il governo Prodi è caduto e Gentiloni è diventato rapidamente uno dei tanti ex ministri di questo settore delicato dell'amministrazione pubblica, lasciando segni limitati del proprio passaggio (avvio del digitale in Sardegna e altrove, il catasto delle frequenze).
Così mentre procede il percorso che dovrebbe, comunque, portare allo switch off dall'analogico al Digitale terrestre entro il 2012, rimangono vigenti norme e vincoli della legge che si voleva cambiare.

Previsioni di cambiamento
Mentre scriviamo Silvio Berlusconi sta definendo la lista dei ministri e dei ministeri. Così vale la pena provare a immaginare cosa potrebbe cambiare, nella Tv in generale e in quella digitale in particolare, in conseguenza dei nuovi equilibri venutisi a creare.
E appare opportuno affrontare l'esercizio riassumendo i “vecchi” termini del confronto competitivo, così come li prefigurava la legge Gasparri, ricordando pure in cosa la normativa vigente dovrà necessariamente mutare dopo i diktat arrivati dall'Europa. Altra previsione possibile, quella su come si muoveranno i grandi player del mercato nazionale alle prese con una serie di fattori di contrastante peso e contraddittoria lettura.

Elementi incoraggianti?
Incoraggerebbe a intraprendere nel settore della televisione e della pubblicità, ad esempio, la rivisitazione della direttiva UE “Tv senza frontiere” che, con il governo di centro-destra, è lecito attendersi sarà meno restrittiva di quanto non sarebbe stata con Prodi premier.
Teoricamente spingerebbe nuovi editori e content provider a farsi avanti anche la norma della legge Gasparri che prevede come, nell'era del DTT, nessun service provider possa controllare più del 40% della proposta di canali di un multiplex digitale terrestre e più del 20% di quella totale.

Nel senso di una maggiore apertura del mercato anche le richieste UE (la procedura d'infrazione risale al luglio 2006) volte a far rimuovere gli “ingiustificati vantaggi” previsti dalla legge Gasparri per gli operatori storici. Ebbene in questi mesi in seno alla nuova maggioranza è emerso l'indirizzo secondo cui per evitare le multe comunitarie non fossero necessari interventi clamorosi sull'attuale dispositivo.

L'idea prevalente era che bastasse eliminare dalla normativa il passaggio in cui si stabiliva che solo gli operatori già dotati di concessione in analogico potessero agire da service provider digitali e, secondo punto, che andasse previsto il ritorno allo Stato delle frequenze in eccesso dopo la razionalizzazione. Queste due correzioni di tiro, secondo queste tesi “riduzioniste”, dovrebbero tranquillizzare la Commissione di Bruxelles, ma avendo l'effetto pratico di non mutare più di tanto la situazione del mercato televisivo nazionale.

Arduo confronto
Appare infatti al momento, con Napolitano sul punto di concedere un nuovo incarico a Berlusconi, largamente improbabile che un editore italiano o straniero approfitti della eventuale, teorica, maggiore apertura del mercato, per disporsi ad un confronto che appare comunque arduo: quantomeno difficile anche nell'ottica di uno scenario 2012 in cui la presenza di RAI e Mediaset verrà diluita nei vari mux.

Prevale tra gli osservatori la convinzione che il mercato italiano è e rimarrà ancora a lungo contraddistinto da un “tripolino” in cui le posizioni della Tv pubblica, quella di SKY e quella di Mediaset rimarranno difficilmente attaccabili. Per ragioni di opportunità politica ma anche di disponibilità di risorse.

Esemplare, in questo senso, la situazione che si è venuta a creare in questi ultimi mesi dopo che le attività televisive di Telecom Italia sono state virtualmente messe all'incanto. Al di là della condizione e dell'appetibilità dei cespiti, non hanno ritenuto opportuno comprarli e lanciarsi in una gara ritenuta impari player locali del calibro di De Agostini, RCS, L'Espresso che pure, a livello diverso e in diversa maniera, sono già attivi sul versante televisivo nazionale o internazionale.

Così saranno probabilmente soprattutto RAI e Mediaset a potere approfittare dell'accresciuta flessibilità (con deleghe più ampie agli Stati nazionali) che la nuova versione delle direttiva UE “Tv senza frontiere” consente, ad esempio, in materia di affollamento pubblicitario e product placement, allungando i tempi di fisiologica decadenza dello strapotere pubblicitario televisivo messo a repentaglio dalla rivoluzione di Internet e dalle eversive modalità di fruizione dei media dell'era della “coda lunga”.

SKY contro Mediaset
A livello globale Rupert Murdoch sembra voler orientare sempre di più la barra strategica sul versante Internet.
In Italia è lecito pensare a un indirizzo dello stesso tipo e ad un atteggiamento più difensivo sul terreno più squisitamente televisivo.
SKY ha già garantito a News Corp il raggiungimento di una serie importante di risultati strategici ed economici.

La piattaforma satellitare è e rimarrà ancora a lungo la piattaforma digitale di riferimento, mentre i conti dell'azienda sono oramai ampiamente raddrizzati.
Per restare al puro e semplice versante della Tv a pagamento via satellite, è lecito prevedere che non sarà semplice mantenere e far progredire i propri risultati con il fondatore di Mediaset alla guida del governo in una fase in cui i rapporti tra tycoon sono diventati progressivamente sempre più tesi.

L'ultimo buon affare tra il gruppo di Murdoch e quello di Berlusconi risale a circa cinque anni fa, quando grazie a Tarak Ben Ammar si trovò una soluzione brillante al problema della cessione obbligata delle reti terrestri di Telepiù.
Poi negli anni successivi, specie sul terreno del Calcio, non sono mancate le sfide ma anche gli accordi sui diritti Tv, quando si è trovata la squadra per veicolarli sia sul satellite sia sul Digitale terrestre, oltre che su tutte le altre finestre possibili.

Ma da quando le velleità pay di Mediaset Premium sono cresciute e, per converso, SKY Pubblicità è andata ad accreditarsi come un forte concorrente di Publitalia, lo spazio per trovare nuove convergenze si è di molto ridimensionato. Esemplare, da questo punto di vista, la situazione che si è venuta a creare da quando, dopo essersi assicurata diritti di Cinema e fiction da Warner e Universal, Mediaset ha decisamente rimpolpato la propria proposta pay cominciando a proporre sul Digitale terrestre i tre canali dell'offerta Premium Gallery.

Per mesi e, in ultimo, dopo l'incontro recente degli eredi al trono James Murdoch e Piersilvio Berlusconi, si è parlato di un accordo imminente che avrebbe portato il “bouquet Mediaset” anche su SKY, salvo poi questa svolta rimanere solo teorica. Deve avere complicato vieppiù i calcoli il fatto che sul piatto della bilancia potesse pure starci la conferma della sub-cessione dei diritti più strategici del Calcio di Serie A, di proprietà del Biscione e ancora da estendere al 2009 e al 2010.

Senza contare che la grande trattativa potrebbe già affrontare altri due grandi temi: la svolta del Calcio annunciata per il 2010, stagione a partire dalla quale le squadre torneranno a vendere i diritti collettivamente (la Lega sta scegliendo un advisor proprio in questi giorni ed è molto complicato dire se il ritorno alle origini avvantaggerà di più SKY o Mediaset...).

Interrogativi più sottili e complicati
Così il problema del mancato accordo non è collegato solo alla difficoltà di trovare la valutazione economica più sensata dell'operazione Premium Gallery, ma anche a interrogativi molto più sottili e complicati.
Se è indubitabile che sul versante dei contenuti i due gruppi sono già nemici fierissimi - sia quando vestono i panni dei compratori e confezionatori di prodotti messi a punto da terzi, sia quando li realizzano direttamente attraverso società controllate - è altrettanto vero che per qualche anno ancora ci sarà spazio per una compresenza di due offerte veicolate attraverso sistemi di distribuzione differenti in una situazione di relativa conflittualità dei modelli di business (ciascuno mantenendo una leadership indiscussa sul mercato core).

Ma per entrambi i contendenti è assolutamente insano arrivare alla data (difficile da prefigurare esattamente) della resa dei conti avendo il dubbio di avere contribuito a rafforzare quello che presto o tardi si paleserà come il proprio principale competitor. In questo senso le preoccupazioni di SKY e Mediaset finiscono per specchiarsi.

La piattaforma satellitare non vuole “prestare” la propria forza consolidata, in primis la penetrazione su un bacino di 4,5 milioni di famiglie tendenzialmente alto spendenti, al bouquet rivale. Oltretutto, sommando copertura satellitare e terrestre, il Biscione potrebbe pensare di raccogliere una quota rilevante di quella tipologia più sofisticata di pubblicità che SKY, la nuova Tv e il web le stanno progressivamente erodendo.

Dall'altro lato della barricata, a Cologno si teme di consacrare la pay via satellite come la piattaforma definitiva e imprescindibile dell'era digitale, allungando a dismisura i tempi di emancipazione di quella servita con le tessere premium per il digitale terrestre.

Telecom e Tv pubblica in stand by
Problemi molto diversi hanno gli altri due grandi competitor. In entrambi i casi il destino finale non è chiaro.
La Telecom di Bernabè pareva voler cedere la sua controllata televisiva, oltretutto tenutaria dalla totale proprietà de La7 (ben posizionata, ma fortemente indebitata) e della metà di quella della solida ed efficiente Mtv, dove sono più forti i soci di Viacom grazie alla proprietà del marchio e dei programmi che caratterizzano il canale a livello globale.

Visto che appare molto improbabile che Bernabè riesca a vendere, è lecito prevedere un progressivo disimpegno del gigante delle TLC dal fronte più direttamente collegato alla produzione di contenuti Tv, offerta de La7 Carta Più compresa, per concentrarsi in quella di carrier cross-mediale senza rinunciare a dire la propria anche sul versante del Digitale terrestre.

Ancora più complicato, per molti versi, risulta prevedere quali saranno gli indirizzi della RAI.
Il conflitto d'interessi potrebbe spingere il nuovo governo a non sciogliere il nodo principale, mantenendo l'ambiguità connessa all'espletare un ruolo di servizio assieme ad una vocazione “commerciale” che negli anni è divenuta sempre più marcata e caratterizzante.

Sul fronte del Digitale il ritardo della Tv pubblica è già forte, ma appare improbabile che venga messa in discussione la formula che non prevede la gestione diretta di contenuti pay.
RaiSat pare inoltre destinata a subire, dopo quello relativamente recente che aveva portato Carlo Freccero al vertice della società, l'ennesimo cambio di gestione con una nuova conseguente fase di transizione: sempre più incerta appare così la prospettiva del lancio annunciato di un nuovo canale “di tendenza”, fin qui identificato con il marchio provvisorio di RAI Quattro.

La strana alleanza “Raiset” e l'HD su DTT
Così in tema di rapporto tra nuove tecnologie e Tv pubblica, l'ipotesi di scenario più suggestiva è quella che chiama in causa una sorta di alleanza satellitare RAI-Mediaset in funzione anti-SKY.
È probabile che il Digitale terrestre non possa garantire la copertura integrale del territorio e così sarebbe interessante per entrambi i broadcaster proporre un bouquet satellitare che serva innanzi tutto a questa funzione d'integrazione, ma si presti pure come opzione alternativa per non dipendere totalmente da Murdoch su quel versante della distribuzione.

Altro terreno di collaborazione possibile è quello del consorzio Dgtv, dove sono coinvolti tutti gli attori principali del Digitale terrestre. In questo momento SKY (con MySky, le funzioni interattive del TG e del Meteo e l'Alta Definizione) viene vissuta come la piattaforma leader per innovazione tecnologica.

Un parziale attacco a questo primato proverà a portarlo la Rai tra poche settimane quando, in occasione degli Europei di calcio, proporrà sul dt le partite anche in versione HD.

La Tv pubblica, cercando di dare un senso all'acquisto degli appositi decoder (per adesso prodotti in numero limitato da poche marche) dovrebbe ripetere l'esperimento in occasione dei mondiali di ciclismo, alla fine dell'estate.
Così sarebbe auspicabile che anche gli altri broadcaster del DTT, Mediaset in testa, contribuissero in qualche misura alla causa programmando anche loro esperimenti in Alta Definizione.

Anche se spingere troppo in questa direzione, secondo alcuni osservatori, potrebbe essere perfino controproducente; rischierebbe infatti di rendere evidente uno dei limiti topici del digitale via etere, di una tecnologia cioè che, per quanto allarghi e moltiplichi le possibilità di fruizione terrestre, rimane ancora a capienza limitata e quindi a rischio di rapida saturazione con l'Alta Definizione.

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