Formula 1 e “remote production”, un primato di Sky Sport Italia

Team Milano Formula 1 Sky Sport

Grande campo di prova per uomini, competenze e tecnologie d’avanguardia, la Formula 1, televisivamente parlando, è spesso oggetto di interventi tecnico-editoriali che servono a nobilitare il prodotto agli occhi dello spettatore-abbonato e allo stesso tempo renderlo più smart e meno costoso per chi ne detiene i diritti, nel caso dell’Italia la piattaforma Sky.

L’ultima novità, introdotta per la prima volta in questa stagione di Gran Premi – iniziata in marzo in Australia e destinata a concludersi a fine novembre ad Abu Dhabi – è la “remote production”, un termine che sta a indicare la possibilità di gestire a distanza tutti gli aspetti legati alla produzione, alla regia e alla messa in onda e online delle gare e dei relativi contributi giornalistici.

Guido Meda
Guido Meda

«Una scelta tempestiva e coraggiosa – ci spiega Guido Meda, nella sua duplice veste vicedirettore di Sky Sport e “Head of Motorsport” della pay-tv – che ha implicato una serie di confronti molto importanti anche a livello ingegneristico e tecnologico per far sì che tutto ciò che prima veniva realizzato sul posto al Gran Premio, dal punto di vista produttivo, potesse essere svolto con maggiore efficienza e risultati almeno pari, se non superiori, da remoto, nel nostro quartier generale di Milano Santa Giulia. Un cambio di passo rilevante, per investimenti e impegno di tutte le figure coinvolte in azienda, ma assolutamente trasparente per il pubblico della Formula 1, che continua a fruirne come prima, senza accorgersi minimamente della novità, introdotta nel nostro settore in contemporanea all’ultra definizione 4K, un progetto dell’azienda nel suo complesso che ha avuto però il suo lancio proprio in concomitanza con l’evento. Una duplice scommessa, se vogliamo, vinta senza intoppi al primo giro. E una sfida importante, che sarebbe stato un peccato non raccogliere».

Dal media hub alla produzione remota

La remote production, spiegata agli addetti ai lavori in giugno nel corso di un “innovation meeting” di Sport Video Group Europe, e svelata per la prima volta in questo articolo, è frutto di un lavoro di squadra. A dirigerla fin dall’inizio e a parlarne in dettaglio con noi è Manuela Baraschi, “Head of Sport Production & Operations Sport” di Sky Italia. «Questo progetto si inserisce in un percorso iniziato nel 2016, quando come gruppo Sky che comprende anche Sky Uk e Sky Germania, abbiamo deciso di centralizzare la produzione della F1, di cui condividevamo i diritti, realizzando un media hub comune, on site, in grado di offrire facility alle tre country, con un’ottimizzazione delle risorse e un arricchimento dei contenuti video di ciascuna edizione nazionale. Questo modello ha funzionato per due stagioni, 2016 e 2017. A maggio 2017 si è fatta strada l’idea di una vera e propria “remote production” – portata avanti con i soli colleghi Uk, in quanto la Germania non ha più rinnovato i diritti della F1 –, con il passaggio intermedio dello spostamento del media hub, collocato inizialmente presso i singoli Gran Premi, nella sede Sky di Osterley, in Inghilterra: da qui, anche oggi, prendiamo parte dei segnali che utilizziamo per confezionare le nostre dirette».

Le tappe del progetto e “l’ora x”

A novembre dello scorso anno, facendo il punto sullo startup del nuovo progetto, gli italiani apprendono che i colleghi britannici, per motivi di riassetto interno, non sarebbero partiti subito con la “remote production”. Così, essendo già in una fase avanzata del progetto, decidono di procedere comunque da soli, facendo da apripista per l’intero gruppo. «Da dicembre – prosegue Baraschi – abbiamo lavorato sodo alle modifiche tecniche della nostra regia per permetterle di ricevere e gestire tutti i segnali in ingresso e a febbraio di quest’anno, in mancanza di meglio, abbiamo fatto una simulazione delle attività in circuito di un ipotetico Gran Premio, appoggiandoci alla sede di Londra del nostro fornitore di produzione. È andata bene: abbiamo superato senza problemi tutte le criticità, a partire da quella più importante, la necessità di ridurre al minimo il delay del segnale, possibile fonte di “fuori sinc” e ritardi nelle comunicazioni fra Sky e la venue. E all’inizio del Campionato Mondiale, con la partenza del GP d’Australia, siamo andati direttamente in onda…». Come si suol dire, “buona la prima”.

Il fattore umano come chiave del successo

Determinante, per la riuscita del progetto, è stato portare a bordo, convintamente, tutta la squadra di sette persone, compreso il regista Aurelio Astori, che fino a pochi mesi prima lavorava in trasferta, spostandosi ogni volta di migliaia di chilometri per seguire on site le varie tappe del Campionato di F1, mentre oggi opera stabilmente nella sede milanese di Sky. «Al di là delle comprensibili resistenze iniziali, per persone abituate a un diverso stile di vita  certamente più dinamico, con tutti i pro e i contro che la cosa comporta, è stato fondamentale condividere l’idea che la “remote production” è una buona soluzione per ottimizzare i costi senza penalizzare il nostro prodotto, che ne risulta anzi arricchito», racconta Baraschi.

I vantaggi sono in primo luogo economici, con importanti saving dovuti a personale che non deve più viaggiare perché lavora in sede, remotamente, ma anche a noleggi evitati di attrezzature che non servono più in quanto bastano quelle di proprietà e al risparmio sui relativi, ingenti costi di trasporto.

Low latency 2
Senza dover spostare alcuna apparecchiatura, da studio sono tenute sotto controllo tutte le numerose telecamere presenti sia sul circuito sia on board sulle auto

Ma anche editorialmente la “macchina” ci guadagna. «Al circuito hai a disposizione solo il materiale che ti fornisce la venue e quello condiviso dell’hub di Sky. Qui, invece, puoi contare sull’intero centro di produzione, con l’archivio e tutti i giornalisti di cui hai bisogno. Senza la remote production, per fare un esempio, non sarebbe stata possibile la Sky Sport Tech Room, dove il nostro commentatore Matteo Bobbi, dotato di un apposito software, riesce a fare l’analisi espressa della gara dialogando tranquillamente con l’inviato Carlo Vanzini che gli passa la linea durante la diretta», sottolinea Meda.

«Il progetto della F1 – aggiunge il giornalista e dirigente televisivo, storico cronista del Motomondiale –  è anche un buon esempio di sintonia tra le varie componenti che in alcune circostanze potrebbero confliggere tra di loro: io per esempio, come responsabile editoriale, potrei trovarmi in disaccordo con certe scelte produttive. Qui, però, hanno prevalso serenità e compattezza. E tutto, come dicevo, è subito filato liscio, senza che dovessero scattare i classici “recovery plan”, previsti in questi casi per garantire comunque il servizio, con l’integrale della gara e il nostro audio originale».

Un esempio da replicare in altri sport

A distanza di qualche mese anche Sky Uk, che nella sperimentazione della remote production si era mossa prima sul golf e sul tennis, si è allineata con la soluzione italiana: «Dopo i primi Gran Premi seguiti in modalità standard, è passata a una versione ibrida, con una doppia produzione in parallelo, on site e remota. E dal settimo GP è partita definitivamente con la remote production mutuata da noi, che risolve in modo ottimale i problemi tecnici legati alla gestione dell’audio», spiega Baraschi, rivendicando un primato italiano che non riguarda solo il gruppo a cui appartiene. «In Italia è certamente la prima volta che la remote production viene sperimentata su una scala così larga da un’azienda televisiva. Per realizzarla, da noi è stata coinvolta una decina di direzioni, fra cui Sky Sport, Production, Broadcast & Creative (la divisione più tecnica, che comprende tutto il team di engineering), Finance, IT e Technology, con 25 persone impegnate direttamente sul progetto».

La squadra Sky Sport F1
Da sinistra a destra, Marc Gene, Davide Valsecchi, Federica Masolin e Jacques Villeneuve, ovvero tutta la squadra Sky di Formula 1 in pista

La Formula 1 è in un certo senso un prototipo. La remote production sperimentata potrebbe essere applicata anche ad altri sport, sempre se sostenibile e suffragata da un adeguato modello di business, che permetta di ripagare gli investimenti effettuati. «Uno sbocco naturale potrebbe essere la prossima stagione del Moto Gp, ma anche il calcio, con gli Europei 2020 – di cui abbiamo i diritti e che, come annunciato, costituiranno la prima edizione itinerante, con 12 Paesi ospitanti, della storia della rassegna continentale – e gli Internazionali di tennis, sarebbero un ottimo, ulteriore  banco di prova».

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