Missione compiuta… Tutto OK all’orizzonte?

Agosto 2012
Tutto diventa più complicato e tanti nodi appaiono ancora da sciogliere se si considerano, invece, anche gli aspetti tecnici e politici collegati alla nuova fase. Tra i problemi rimasti ancora insoluti, innanzi tutto, quello della numerazione definitiva dei canali (il cosiddetto LCN, acronimo che sta per Logic Channel Numbers) e poi tutte le decisioni inerenti le frequenze. In primis, quelle del “dividendo digitale”, destinate a essere assegnate attraverso un’asta competitiva, dopo che è stato definitivamente abortito il “beauty contest”; ma anche quelle da indirizzare verso usi diversi da quelli televisivi e utili al governo per fare cassa in un momento di difficoltà delle finanze come quello attuale. La risorsa frequenziale rimane ancora teoricamente “scarsa”, specie se si considerano le lamentele delle TV locali, cui la legge aveva riconosciuto di principio un terzo della disponibilità di questo bene.
C’è poi da gestire con cura anche la fase dell’abbandono dei canali dal 61 al 68, messi all’incanto e ceduti ai big delle tlc. Ma su questo fronte, ad onore del vero, si tratta forse solo di tarare bene i “risarcimenti” previsti per chi libera gli spazi. Basta, infatti, fare un po’ di zapping nell’etere nelle regioni in cui il processo di transizione si è concluso da anni, per verificare come molti degli imprenditori locali facciano in effetti di questo bene un uso risibile o ridondante, non avendo risorse per valorizzarlo.

I quesiti che attendono risposta
Sono tante le domande ancora senza una risposta e che quindi lasciano aperte diverse prospettive di sviluppo dello scenario per l’immediato futuro. Proviamo a elencare alcune delle principali.
In che ordine si disporranno alla fine sul telecomando le grandi generaliste, le TV locali storiche e le tematiche e le minigeraliste esordienti? L’asta dei multiplex porterà nuovi competitor, magari internazionali, nello scenario della TV italiana? Oltre a SKY, che ora pare intenzionata a partecipare, si convinceranno a investire di più sul Digitale terrestre partecipando alla gara anche soggetti ed editori italiani diversi dai big? Che ruolo avranno, nel nuovo scenario, gli editori outsider che si sono già affacciati sul mercato TV in questi ultimi quattro anni e che spazio, infine, saranno invece ancora capaci di ritagliarsi le tv regionali?
Nonostante siano ancora molte le cose che rimangono in sospeso, è già possibile fare una prima ricognizione attendibile sulle conseguenze più visibili del cambiamento che si è avviato.

Quattro anni fa…
Quando il processo è partito, più di quattro anni fa con lo switch della Sardegna, l’enfasi era tutta sull’effetto moltiplicatore della nuova tecnologia che prometteva, innanzi tutto, di far ricavare da una sola frequenza trasformata in multiplex anche cinque o sei canali diversi. A cascata a questo nuovo regime di abbondanza della risorsa frequenziale erano collegati altri tre o quattro “plus” significativi.
Il primo? Più offerta e – si presumeva – più attori protagonisti di quelli dello scenario precedente. Meno monopoli e oligopoli e, dunque, una presenza ed una forza più diluite dei grandi player, che in quel momento erano già, oltre alla Rai e Mediaset, due giganti come SKY e Telecom. Con benefici che avrebbero dovuto interessare la concorrenza ed il mercato da un lato e la democrazia e il pluralismo dall’altro.
In termini di contenuti poi, era considerato ovvio e automatico, oltre che un arricchimento ed un estensione notevoli dei prodotti editoriali, anche una maggiore e più precisa taratura sui target, su un pubblico che anche Internet faceva evolvere verso gusti più frammentati e mutevoli e verso una tipologia di fruizione meno passiva e più interattiva dei media.

Il terzo fronte
Infine, terzo fronte di possibili novità, ma non è un aspetto secondario, era quello tecnologico. Molte erano le attese sugli sviluppi relativi alla modalità, gli standard di emissione e gli apparati di ricezione dei programmi. Tutti mettevano nel conto l’implementazione naturale dello standard DVB  e ora il passaggio a decoder supportanti il TVB-T2, che migliorerà ancora l’efficienza delle trasmissioni in standard numerico, è previsto per l’inizio del 2015. Gli analisti e i consumatori si aspettavano poi un miglioramento rilevante della qualità dell’immagine e una marcata evoluzione di tutti i servizi capaci di garantire la possibilità di accedere ai programmi fuori dalle classiche logiche di flusso.

Necessaria premessa
Ebbene, vale la pena verificare cosa sia successo – almeno a grandi linee – su alcuni di questi fronti e indicatori del cambiamento. Partendo però da una premessa importante. Nessuno, quattro anni fa, aveva nemmeno lontanamente previsto – provando a immaginare come si sarebbe evoluto lo scenario televisivo – quale sarebbe stato il contesto, le dinamiche, i fondamentali macroeconomici globali e quelli locali del nostro Paese in cui tutto il processo si sarebbe svolto.
Ai tempi - la Sardegna cominciò con lo switch a marzo del 2008 - nessuno aveva nemmeno lontanamente paventato il rischio che di lì a poche settimane sarebbe iniziata la più seria e lunga crisi economica della storia del capitalismo occidentale e dell’Europa in particolare. Una crisi che, purtroppo, rimane in pieno corso e sta attraversando una fase più acuta che mai proprio ora che finalmente pure oltre lo Stretto di Messina si procede a montare il decoder per il DTT e si mandano nelle apposite discariche i televisori più vecchi che si è deciso di rottamare con l’avvio della nuova era. Per tutti i player del mercato televisivo, la conseguenza inattesa – motivazione supplementare nel far reggere equilibri più conservatori – è stata una assai più limitata disponibilità di risorse da investire nel cambiamento.

La pubblicità flette molto, calano gli abbonamenti pay
Da quattro anni a questa parte la pubblicità flette. I ricavi su questo fronte dei grandi gruppi editoriali nazionali si sono ridotti sensibilmente. Più che investire nello sviluppo, in molti – specie gli editori che avevano il proprio core business nella carta stampata - hanno dovuto operare tagli e riorganizzazioni, finendo per avere atteggiamenti ancora più timidi del dovuto rispetto alla prospettiva d’investire sul Digitale terrestre. E nel 2012 poi, per la prima volta dopo molti anni, sono previste in contrazione anche le sottoscrizioni di abbonamenti alle pay tv, sia per quanto riguarda l’offerta satellitare di SKY sia per quella DTT di Mediaset Premium.
Quella che doveva essere una sorta di nuova età dell’oro, in pratica, è partita subito male e poi pare essersi trasformata in una lunga era di sacrifici e ottimizzazioni. All’insegna di una contraddizione insanabile, da risolvere “creativamente”. Ci sono più canali da fare - in funzione in qualche caso anche meramente difensiva, per rispondere ad altri nuovi canali che comunque sono nati e continuano a nascere - ma ci sono molti meno soldi per farli. Meno di quanti fino a pochi anni fa sono serviti per fare stare in piedi dignitosamente l’offerta tradizionale.

Le stime più recenti
Detto degli abbonamenti alla TV a pagamento, vale la pena registrare anche quali siano le stime sull’andamento della pubblicità nel 2012. Una predizione ritenuta benevola l’ha appena fatta AssoComunicazione, la più importante associazione dei consulenti della pubblicità.
Secondo gli analisti la raccolta delle tre emittenti generaliste della RAI alla fine dell’anno in corso scenderà del 12,2% rispetto al risultato del 2011 e quella delle tre di Mediaset dell’11,2%, con una chiusura complessiva della raccolta dei due gruppi (-10,6% la Rai e -9,6% Mediaset) solo in parte compensata dalla tonicità dell’appeal pubblicitario delle rispettive “nuove offerte” (+12,1% per i canali tematici in chiaro di Viale Mazzini e +14,3% per l’offerta tematica e pay del Biscione). Trainata dalle Olimpiadi e dallo sport in generale dovrebbe andare molto bene, invece, la raccolta pubblicitaria di Sky, stimata in crescita del 6,4%; in progresso è prevista la raccolta de La7 (+8,1%), che però si considera avere saturato il margine di crescita che era pure il frutto di una precedente sottostima delle performance. Ma il dato più preoccupante tra quelli raccontati da AssoComunciazione è forse quello che indica al 51,9% la caduta degli introiti pubblicitari delle tv regionali, dando l’idea di quale sia la reale situazione del nostro tessuto produttivo più minuto e dei consumi.
In questo contesto diventa difficile per quasi tutti i nostri player, per i piccoli come per i grandi, per le TV locali come per le grandi nazionali, immaginare di potere sfruttare fino in fondo – almeno nel corso della parte finale di quest’anno – tutte le opportunità di sviluppo dischiuse dal digitale. Unico dato incoraggiante - che non serve a ribaltare la tendenza complessiva a un “downgrading” delle risorse della Tv, ma appare comunque rilevante - se si estrapolano da quelli complessivi i risultati di raccolta previsti per le nuove tv digitali, questi sono caratterizzati tutti dal segno più: detto dei positivi riscontri attesi per SKY, per le tematiche free della RAI e per il pacchetto misto free-pay delle offerte “nuove” del Biscione, va segnalato che anche la raccolta delle altre proposte “fresche” di contenuti (comprensiva dei risultati di player di successo come Switchovermedia e Discovery, ad esempio) è prevista in chiaro segno positivo nel 2012 (+6,6%).

Mobile e on demand
Appare significativo, in questo contesto, che molti degli sforzi dei grandi colossi si stiano comunque continuano a indirizzare sugli investimenti tecnologici. Puntando, oltre che su Alta Definizione e, nel caso di SKY, anche sul 3D, verso la possibilità di far fruire la propria offerta di contenuti “ovunque” e “comunque”, in ogni momento anche su piattaforme diverse da quelle tradizionali.                                                                       Così sono stati all’ordine nel giorno, in questi mesi, annunci e contro annunci di Sky e Mediaset sul terreno dell’offerta di servizi dedicati all’ascolto in mobilità e alle nuove opzioni di fruizione “on demand” di librerie sterminate di contenuti.
La stessa RAI, un po’ in ritardo su questi sviluppi, non ha mancato di sottolineare – in occasione degli Europei di Calcio – quanto fosse oramai alto il numero di utenti che seguiva le partite della manifestazione attraverso Internet e, in buona misura, anche utilizzando smartphone e tablet.

L’ascolto da ritrovare
In questo nuovo scenario, infine, Auditel non può più fare a meno di dare conto dell’ascolto “fuori casa” e dei consumi che le TV conseguono anche su Internet o in mobilità, perché oramai si tratta molto spesso di un numero di spettatori che non si può più considerare marginale e andrebbe invariabilmente sommato a quello raggiunto dalla visione delle trasmissioni tradizionali. Che su questo percorso non siano possibili arretramenti e surplace è chiaro, per fortuna a tutti i player della tv, ben consci di quando prima o poi si troveranno a competere non solo con Internet in quanto tale, ma anche con tutti i grandi player globali  – da Google ad Apple – che hanno deciso di giocare un ruolo più aggressivo anche su questo per loro nuovo terreno di confronto.

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