Serie TV, andamento blando

Luglio 2008. Tavole rotonde, dibattiti e proiezione di serie di culto. La sesta edizione del Telefilm Festival, andato in scena a Milano, non poteva non coinvolgere le reti satellitari e del Digitale terrestre che di questo genere di programmazione fanno la propria bandiera.

A partire dalle reti Fox e dalle nuove emittenti di casa Mediaset, Mya, Joy e Steel presenti in forza alla manifestazione. Numerose le proiezioni offerte in anteprima, da Secret Diary of a Call Girl, la serie più piccante della Tv inglese (Itv) tratta dall'omonimo best seller Diario Intimo di una squillo perbene, a Pushing Daisies (Joi), l'atteso fantasy thriller creato da Bryan Fuller (Dead Like Me, nella foto), al primo doppio episodio della 2ª stagione di Boris, la serie Tv italiana prodotta da Fox Channels Italy che ricostruisce in chiave satirica le travagliate vicende di una troupe intenta a girare il sequel di una improbabile soap opera italiana.

Inoltre la puntata pilota di Sin tetas no hay paraiso, la versione spagnola della serie Tv colombiana. E un inedito di H2O: Just Add Water, la serie teen australiana - che ha già appassionato milioni di giovanissimi in America e Gran Bretagna - basata sulle vicende di tre giovani ragazze che per uno strano prodigio ricevono il potere di trasformasi in sirene.
Ricco anche il panorama di incontri, tra i quali due meritano l'attenzione del nostro giornale.

Nuovo linguaggio per i new media
Il primo è stato dedicato a un tema di frontiera che coinvolge non solo gli addetti ai lavori, ma anche sociologici e psicologi: il cambiamento di fruizione dei prodotti audiovisivi nell'era dei new media.
La grande disponibilità di nuove piattaforme trasmissive e la scarsità di tempo da parte dei telespettatori sono una miscela che affascina e allo stesso tempio incute timore a broadcaster, produttori di contenuti e operatori mobile.

Nessuno però sta con le mani in mano. A partire da Mediaset che - per bocca di Davide Bogi, responsabile per i progetti per il digitale terrestre - ha illustrato la strategia multicanale del Gruppo tesa a «... intercettare nuovi target, sia in chiaro per la pubblicità sia a pagamento. Le serie Tv - ha continuato Bogi - sono importantissime perchè costituiscono un contenuto premium come il calcio e i film».

SKY dal canto suo ha puntato molto sulla visione personalizzata di questi prodotti e difatti le sue serie sono presenti su tutte le piattaforme.
La Tv italiana di Murdoch ha sottoscritto un accordo pure con i videofonini di 3Italia, «Anche se i consumatori fanno fatica a seguire per lungo tempo un prodotto Tv su schermi mignon - ha spiegato Remo Tebaldi, direttore new media di SKY Italia - siamo certi delle potenzialità del Vod e del mobile, quest'ultimo particolarmente utile a trasmettere gli eventi live».

Ad oggi però SKY Italia non ha ancora chiaro cosa sia necessario produrre. «Una serie di culto come Lost - ha continuato Tebaldi - ha provato a salire sul mobile, ma i risultati sono stati poco incoraggianti».

In casa della neonata IPTV Tiscali Tv, il responsabile marketing Andrea Barsotti è convinto di aumentare il consumo «proponendo le serie Tv da modalità Vod a modalità lineare. In questo modo il pubblico, invece di scegliere solo le grandi produzioni, guarda di tutto e così facendo valorizza la library».

TLC, sono editori o no?
A difendere lo schermo smart dei videofonini ci pensa Roberto Forte, direttore della mobile tv di 3Italia, precisando che «La nostra televisione viene guardata spesso sul divano di casa oltre che in mobilità».

Infine, per Laura Corbetta, amministratore delegato di Yam112003, la società Endemol dedicata alla produzione di contenuti digitali, le “telco” devono sciogliere l'ambiguità legata al loro ruolo.
«Sono editori o no?»
si è chiesta spiegando poi che i new media offrono interessanti opportunità. «I budget sono piccoli - precisa Laura Corbetta - ma lasciano grande libertà, c'è spazio per la creatività, e non ci sono responsabilità di prime time o investitori stressati che ti chiedono grandi numeri. Per quanto riguarda i broadcaster - ha concluso Laura Corbetta - l'esperienza da seguire è quella di Channel Four che produce nuove serie da un'ora e mezza: le spacchetta in 40 episodi da 2 minuti ciascuno, le manda su youtube, poi fa l'home video e infine trasmette il prodotto finito. Così si valorizza la catena del valore».

Fiction italiana poco competitiva
La seconda tavola rotonda ha cercato di fare il punto sulle ragioni della debolezza della fiction italiana, scalzata non solo dal made in USA, ma anche dalle produzioni di Paesi emergenti come la Spagna.

Le ragioni sono diverse. La scarsa competitività delle reti, i budget ridotti, la sostanziale cancellazione del vecchio prime time segmentato, la mancanza di coraggio di emittenti e produttori, lo scarso appeal internazionale dei nostri titoli.

L'incontro - che ha messo di fronte i più importanti addetti ai lavori, da Alessandro Ippolito (Videomedia), a Paolo Bassetti (Endemol Italia), da Giorgio Gori (Magnolia), a Giovanni Modina (RTI-Mediaset) - è stato utile per sottolineare i problemi di cui soffre il settore.

«Noi siamo produttori di mestiere - ha spiegato Paolo Bassetti di Endemol Italia - non decidiamo dove vanno i prodotti, né contro cosa vadano. Rispetto al mercato USA, dove i telefilm funzionano, esiste una differenza sostanziale di programmazione della prima serata, che risulta più spezzettata rispetto all'Italia. Tra l'altro da noi solo RaiUno e Canale 5 usano il prodotto nazionale, RaiDue fa qualcosa poi produce, ma il resto delle reti non ha il budget per realizzare le serie».

Ma è stato il patron di Magnolia Giorgio Gori (nella foto) a lanciare una forte provocazione contro i telefilm facendo leva su una ricca documentazione: «Io questo gran successo dei telefilm non lo vedo - ha precisato - occupano grandi spazi nel palinsesto, ma questo non corrisponde ai numeri come accade in altri Paesi».

Egemonia straniera
La lista delle serie di successo in onda sulle Tv straniere è lunga. Tutte fanno ascolti superiori alla media di rete. M6, France 2 e Tf1 in Francia. Pro7 e Rtl in Germania. Telecinco e La 4 in Spagna. Tutte reti beneficiate dalla messa in onda di fiction.

In Italia non è così. Per Gori la ragione che «In Italia si produce poca fiction originale nazionale e rimangono al palo proprio quei canali che sarebbero più adatti per contenuto e linguaggio, come Italia 1, mentre all'estero M6 oltre a Camera Cafè produce polizieschi, Channel 4 ha segnato un trend ed esportato formati in tutto il mondo e La 4 pur essendo giovane produce già fiction».

Tirato indirettamente in ballo dalle critiche dei produttori, Giovanni Modina, vice direttore generale contenuti Rti-Mediaset, si è difeso: «Esistono delle ragioni per cui le reti minori programmano telefilm d'acquisto. La prima è che il telefilm non si lamenta, nel senso della mancanza di intromissioni da parte del cast artistico o del management. La seconda è che hanno una pezzatura di un'ora lorda e quindi sono più facilmente programmabili, la terza è che costano oggettivamente meno».
Per Modina, «Non sono diminuiti i budget delle reti, sono però aumentati i costi e quindi i telefilm servono a coprire le stagioni di garanzia che si sono allungate nell'arco degli ultimi anni».

Responsabilità del duopolio
I produttori lamentano la mancanza di certezze nel loro rapporto con le reti. Alessandro Ippolito di Videomedia Italia sta realizzando per RaiDue Hospital Central (nella foto, il cast), una fiction in 18 puntate da 100 minuti l'una, «... alla quale stiamo lavorando da tre anni, ma se dovesse andare male una puntata potrebbe finire in magazzino come è già avvenuto per altri produttori più importanti di noi».
Una strada alternativa la suggerisce Lorenzo Mieli, amministratore delegato di Wilder (Gruppo NewsCorp), che produce Boris: «Oggi Mediaset sta coproducendo due serie con SKY ed è una condivisione di rischio abbastanza inusuale. Noi ci auguriamo che queste serie possano funzionare perchè aprirebbero nuovi sbocchi non solo sulla Tv generalista».

Lo schiaffo più sonoro lo tira però Roberto Giovalli, ex direttore di Tele+, Italia 1 e La 7: «L'anomalia italiana precede i telefilm ed è quella di un unico gruppo che gestisce l'audience. È ovvio che non ci sia mercato.
Soltanto in Italia si può arrivare a programmare un episodio di una serie nuova seguito da una replica. Non credo ci siano Paesi in cui i programmi cominciano alle 21 e finiscono all'una di notte, perchè così il direttore può dire di aver fatto il 40%.
Io credo che non siamo capaci di fare cinema né fare telefilm. Anche produrre situation comedy per metterle a mezzogiorno o alla domenica è sempre stato un mezzo per assicurarsi il contratto della Hunziker o De Luigi piuttosto che realizzare qualcosa di remunerativo»
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La Spagna produce, perché noi no?
A Giorgio Gori proprio non va giù che all'estero reti simili a quelle italiane come profilo producano e noi no.
«Dalla Spagna negli ultimi anni sono arrivati format riadattati nel nostro Paese come
I Cesaroni, Hospital Central, Ana iiy los siete e La Lola. Il loro mercato è simile al nostro. Perché gli spagnoli sono riusciti a inventare un linguaggio universale? Noi siamo grandi compratori e adattatori, ma abbiamo difficoltà ad esportare gli altri generi in cui siamo molto forti e con la fiction seriale non abbiamo accesso al mercato. Servirebbe una competizione più coraggiosa: se succedesse avremmo idee italiane da esportare, prodotti più innovativi e ben curati».

Tirato ancora una volta per la giacca Modina replica: «L'America produce tanto perché i network sono delle vetrine di prodotti da vendere all'estero e non da programmare per la pubblicità. I Paesi spagnoli sono forti perchè possono disporre di un bacino grande quasi quanto quello inglese e quindi hanno la facoltà di investire molto di più sul prodotto».

La provocazione finale è ancora di Giovalli: «In Italia i produttori sono fondamentalmente degli esecutivi e i loro presidenti a monte si accordano con le reti sullo spazio da avere a disposizione. In America le fiction sono approvate a progetto, da noi no. In Italia sai quanto produce Valsecchi o quanto produca Endemol. È una sorta di manuale Cencelli della produzione».

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