Tiepido sole con qualche nube

Marzo 2009. Si è svolto di recente nella Capitale il VI Summit sull'Industria della Comunicazione, promosso dalla Fondazione Rosselli.
Anche l'appuntamento di quest'anno - in modo analogo a quelli delle edizioni precedenti - proponeva tavole rotonde e dibattiti, in cui rappresentanti delle Istituzioni e Imprese, “addetti ai lavori” e accademici facevano il punto sullo stato dell'industria specifica nel nostro Paese, in raffronto anche a una serie di dati indicatori internazionali.

Un “attore” di primo piano del convegno è stato senz'altro l'annuale Rapporto sull'Industria della Comunicazione in Italia, curato dall'Istituto di Economia dei Media (IEM) della stessa Fondazione Rosselli e giunto nel 2008 alla sua undicesima edizione.

Coordinato da Flavia Barca, il Rapporto IEM analizza il trend del macro-mercato nazionale ICT & Media relativo all'ultimo ventennio, macro-mercato che è arrivato a sfiorare nel 2007 oltre 100 miliardi di euro (contro l'equivalente di 28.6 miliardi di euro del 1987), trainato soprattutto dai contenuti editoriali.
In particolare, Flavia Barca ha indicato quattro punti di rottura del sistema ICT & Media negli ultimi due decenni.

Vale a dire:
1) il “boom” degli investimenti pubblicitari durante gli Anni Ottanta;
2) la diffusione dei computer e quindi di Internet, successivamente;
3) il contemporaneo exploit della telefonia mobile;
4) la novità della pay-tv, in epoca più recente.

Chi sale e chi scende
Nel dettaglio, esaminando alcuni dei numerosi dati presentati dallo studio di ricerca, possiamo evincere che, nel 2007, i comparti nazionali in maggiore crescita sono stati, nell'ordine:
- Videogiochi (+39.9% rispetto all'anno precedente, con un valore 1.038 milioni di euro);
- Mobile Content (+15.2% e valore di 1.188 milioni di euro);
- Cinema (+11.5%, 670 milioni di euro) e Radio (+7.9%, 474 milioni di euro).

I comparti italiani in flessione hanno, invece, riguardato la Musica registrata (che continua il trend discensionale iniziato nel 2000, facendo registrare oggi un -11.5% e un valore di mercato che si attesta sui 322 milioni di euro), l'Home Video (-3.8%, 998 milioni di euro) e le Telecomunicazioni fisse (-11.5% e un valore di oltre 20 mila milioni di euro).

Molto interessante, poi, l'avanzata della Radio, che ha trovato nel telefonino un'ottima... cassa di risonanza. Infatti, i dati evidenziano che oltre il 22% degli italiani utilizza oggi il cellulare per ascoltare trasmissioni FM, contro una percentuale britannica che si attesta sul 18%, una tedesca del 14% e una francese del 13%.

In Italia, inoltre, in confronto alle altre tre nazioni prese in esame, la Radio in mobilità patisce di meno la supremazia dell'Mp3, considerando che le canzoni in questo formato vengono ascoltate sul cellulare in modalità “walking” dal 27% degli italiani: ovvero, solo da un 5 % degli ascoltatori della Germania, il +9% della Francia e il +6% dell'UK.

In quanto all'utilizzo del formato podcasting, questo in Italia appare ancora di nicchia, pur imponendosi (insieme al Regno Unito) con una soglia del 3% sulle quote percentuali di Francia e Germania.

Lo schema mostra le nuove tipologie di utilizzo “non telefonico” del cellularea nel 2007. In particolare, notiamo come l'ascolto della Radio FM in mobilità sia ad un alto livello di penetrazione in Italia, e come il nostro Paese, in confronto con le altre tre nazioni esaminate, soffra meno (notare la voce “differenza”) la dominanza della fruizione mobile Mp3 rispetto a quella radiofonica.

Sempre il Rapporto IEM fa notare che continua l'esponenziale crescita italiana nel mercato della telefonia mobile, la quale ha incominciato ad essere trainata dall'utilizzo delle tecnologie 3G, di cui il nostro Paese vanta il primato europeo per numero sia di linee attive (26.8 milioni) sia di clienti che, nella Penisola, rappresentano circa il 30% sul totale degli utenti della categoria, a fronte del 15-16% degli altri Paesi.

Investimenti e interventi d'urgenza
Ma abbandoniamo il densissimo “balletto” delle cifre per riportare in sintesi solo qualcuna delle tante dichiarazioni rilasciate dai numerosi protagonisti del VI Summit.
L'onorevole Giovanna Melandri ha evidenziato la necessità d'intervenire, in Italia, con urgenza sulle reti pubbliche, estendendo la banda larga a tutto il Paese: pena il rischio di non riuscire mai a colmare adeguatamente il digital divide.

In proposito, Paolo Romani, sottosegretario alle Comunicazioni, ha da parte sua dichiarato che gli investimenti relativi al broad-band richiedono oggi una spesa di 10-15 miliardi di euro: cifra che, però, potrebbe scendere in modo drastico se si decidesse di integrare la fibra ottica con determinate soluzioni wireless (come, per esempio, il Wi-Max), considerando che costa molto meno allestire ponti radio anziché posare fibra.

Sempre Paolo Romani ha poi comunicato una notizia non proprio “elettrizzante” per noi consumatori: e cioè che il canone RAI subirà un aumento di 1.50 euro, in linea con l'inflazione programmata del 2009.

Claudio Petruccioli, presidente dell'Azienda di Viale Mazzini, e Gina Nieri, del CDA della Società di Segrate, se la sono presa invece con la stampa italiana, colpevole, a loro dire, di aver totalmente sbagliato l'interpretazione dei dati Auditel relativi agli ascolti delle reti RAI e Mediaset registratisi in Sardegna all'indomani del completo switch-off analogico, avvenuto il 31 ottobre scorso.

In ogni caso, chi non ha sbagliato a interpretare i dati è di certo l'undicesima edizione del Rapporto IEM, che - analogamente a quanto avvenuto per le edizioni precedenti - propone una fotografia estremamente concreta e realistica del panorama inerente l'Industria della Comunicazione del nostro Paese.

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