Massimo Bernardini: sarà leader chi avrà i contenuti

Massimo Bernardini

La sede è quella del Mise, il Ministero dello Sviluppo Economico, a Roma. La cornice è il “Tavolo TV 4.0”, il tavolo tecnico presieduto dal ministro e vicepremier in carica Luigi Di Maio, istituito nel 2018 con l’obiettivo di “armonizzare e coordinare le attività di rilascio della banda 700 MHz e di elaborare strumenti per favorire la trasformazione digitale del settore televisivo”.

Qui, di recente, di fronte a una platea di addetti ai lavori allargata in questa nuova fase agli operatori dello streaming (cointeressati al processo di liberazione della banda in vista dello “switch off” del 2020), si è tenuta una riunione di ascolto, diversa dalle precedenti.

Invitato da Massimo Bellezza, consigliere di gabinetto di Di Maio sui temi legali e coordinatore del tavolo, ha infatti detto la sua, in qualità di esperto super partes, Massimo Bernardini, noto giornalista e conduttore televisivo.

Massimo Bernardini: la nostra intervista

«Mentre il ministero, attraverso lo strumento del Tavolo 4.0, sta incontrando in questi mesi  i vari soggetti televisivi per cercare un punto di accordo e stabilire il nuovo scenario che si determinerà in Italia con l’avvento del 5G, il senso della mia partecipazione alla riunione è stato essenzialmente quello di un osservatore privilegiato del prodotto televisivo, grazie all’esperienza ormai ventennale alla guida di “TV Talk” (Raitre, ndr)», premette Bernardini, ricordando come già in occasione del passaggio al digitale terrestre ci fu un periodo di relativa incertezza e confusione, anche rispetto all’esigenza di comunicare al pubblico la portata e i termini esatti del cambiamento. «In più, a differenza dello switch fra analogico e digitale terrestre, in cui ci fu una moltiplicazione dei canali disponibili e un potenziale aumento del pluralismo, qui le cose stanno in modo diverso, se non addirittura opposto: non arrivano più frequenze ma ci si prepara a una loro riduzione, a vantaggio, a quanto pare, delle nuove piattaforme e con il problema, di non facile soluzione, del rispetto di tutti i soggetti in campo. Ecco perché è opportuno riflettere a vari livelli, di cui quello tecnologico è solo uno degli aspetti in gioco».

C’è un tema che riguarda lo scenario: qual è, alla vigilia di questo cambiamento, lo stato dell’arte della nostra TV?

«Una cosa è certa, i contenuti sono e saranno sempre più centrali: chi li avrà e li controllerà sarà leader. Ebbene, la broadband TV, che a fine 2018 raggiungeva 3,8 milioni di persone, entro il 2020 dovrebbe arrivare a servirne 8,5 milioni. Con un simile tasso di crescita della “larga banda” dobbiamo chiederci se ha ancora senso continuare a occuparci degli oltre 20 milioni di italiani che ogni sera sono comunque davanti alla televisione tradizionale». 

La battaglia dei contenuti richiede investimenti poderosi: chi può realmente permetterseli nella situazione attuale?

«Il primo punto da considerare è che siamo di fronte a competitor pazzeschi. Nel 2018, la sola Netflix ha investito sui contenuti la bellezza di 8 miliardi di euro, una cifra che nessun soggetto italiano sarà mai in grado di mettere sul mercato. E a tallonarla c’è Amazon Prime (con Chili), che nello stesso periodo ha investito 5 miliardi. Il peso di questi player è destinato a sconvolgere gli equilibri del sistema. Basti pensare alla massa di nuovo prodotto che continua ad arrivare. E dietro l’angolo ci sono colossi come Disney che rendono perdente, sulla carta, il business della TV tradizionale».

Anche altri soggetti stanno provando a entrare nel settore…

«Certo, Now TV di Sky, Infinity di Mediaset, la stessa Rai Play che costituisce comunque un bel cambiamento per la proposta Rai sul mercato. A essi vanno aggiunti almeno TimVision e Vodafone TV. Un sacco di roba sta arrivando, insomma, nelle nostre case e sui nostri device. E colpisce molto anche che alla fine del 2019 il 50% delle famiglie italiane (il 61% nel 2020) disporrà della banda larga. Pur restando per ora a Rai, Mediaset e Sky l’86% delle risorse pubblicitarie, quella che si sta configurando è una situazione in cui o ci si allea (come ha fatto Mediaset con ProSieben) o semplicemente si soccombe».

Quali sono le altre variabili del ridisegno globale?

«La prima che ho portato all’attenzione del tavolo è che stiamo aspettando l’arrivo dell’Auditel su tutti i device. Si tratta di un cambiamento epocale, vedremo se ci porterà a dover correggere molto, poco o per niente le analisi a cui siamo abituati. Inoltre c’è naturalmente una grossa differenza fra avere questi dati per sé e renderli pubblici. Ma penso che presto sapremo quanto è stata erosa la TV tradizionale dal rimbalzo sugli altri device. L’altra cosa che sottolineo con forza è che, secondo me, oggi abbiamo un problema di identità del nostro prodotto».

In che senso?

«Siamo di sicuro un mercato televisivo fiorente, appetibile, che interessa al mercato, altrimenti non si precipiterebbero tutti a scendere in campo da noi. Ma, ahimè non siamo in grado di non essere colonizzati. Sono davvero pochissimi i prodotti che esportiamo e siamo capaci di rendere internazionali. Una capacità che, per esempio, in Europa hanno avuto i tedeschi, pur disponendo come location di città piuttosto anonime, a parte Berlino. Ma i telefilm tedeschi vanno a tutto spiano, così come, con un’incidenza minore, i prodotti francesi e quelli russi. Oggi, in pratica, importiamo da tutti, ma esportiamo solo “Montalbano”, “L’amica geniale” e poco altro. In questo, l’esplodere della broadband TV è un ulteriore disincentivo. Pensiamo a come si sta diffondendo nelle élite l’uso di Netflix e a come tutto è prodotto ovunque tranne che in Italia… Insomma, non credo di poter essere smentito se dico che c’è un forte rischio di colonizzazione televisivaS».

Bernardini Tavolo TV 4_0

Cosa non ha il prodotto italiano che lo rende poco appetibile?

«Ci manca, credo, una dimensione industriale. Dall’estero ci arriva tantissima serialità, anche ‘sgrausa’. Una serialità lunga che noi non abbiamo. Qualcosa, è vero, si è mosso, ma l’investimento di partenza è sempre così ridotto che impedisce al prodotto italiano di sfondare in patria e andare lontano. E non c’è protezionismo che tenga. Non abbiamo un grande produttore di contenuti al di là del mercato domestico. Anche l’equivoco generato dal lungo duopolio televisivo ha pesato, perché non ha stimolato di fatto a guardare oltre l’orticello di casa. Insomma, il paradosso è che siamo il Paese più bello del mondo con location amate da tutti, eppure ad avere la meglio è spesso il telefilm tedesco, con un’action seriale (sempre di grande appeal) girata per lo più in location anonime, prive di atmosfera».

A cos’altro andiamo potenzialmente incontro con la redistribuzione delle frequenze?

«Spero di sbagliarmi, ma c’è effettivamente il rischio che muoia un po’ l’informazione locale, che ha sempre rappresentato il bacino di costruzione dei nuovi soggetti anche giornalistici in TV. I cinquantenni televisivi di oggi sono nati tutti all’interno di TV locali, ma se non hai più le palestre dove iniziare la professione, anche l’informazione televisiva alla lunga si impoverisce».

A prescindere dalle scelte future, anche il presente non è roseo…

«Oggi siamo un mercato sballatissimo. Abbiamo sostanzialmente uno strano “tripolio”. Con un soggetto, Sky, che domina lo sport. Un polo come Mediaset che si appoggia sue due produttrici di people show come Barbara D’Urso e Maria De Filippi: modi molto popolari di tenere il pubblico incollato, che hanno di fatto stravolto l’iniziale natura “nordica” del target delle reti berlusconiane. E con finte incursioni nell’informazione che hanno risultati decenti, ma marginali. Poi c’è la Rai, che è sempre con un braccio legato, per via del canone, e non riesce a fare gli investimenti importanti che invece le spetterebbero come servizio pubblico. C’è una maledetta anomalia solo italiana: prodotti di informazione che non arrivano al milione di telespettatori e durano tutti tre ore. Significa che non investi sul serio, mentre spalmi ore e ore di talk show… Con l’eccezione forse di Raitre, l’unica che investe ma in piccoli prodotti, che raggiungono un piccolo pubblico. Non credo che questo cambierà nella TV generalista. Lo scenario che osservo è di tipo attendista, nel senso che si tira sostanzialmente a campare».

I dati Auditel su tutti i device cambieranno qualcosa?

«Forse, ma credo che confermeranno la lenta, inevitabile erosione degli ascolti. Per tornare all’inizio di questo ragionamento, che ho condiviso nel “parlamentino” del tavolo tecnico, un’agilità nella gestione del prodotto come quella messa in campo da Netiflix oggi non ha paragoni. Oltre a funzionare molto bene su qualunque device, è del tutto priva di pubblicità. Se lo spettatore si abitua a questo nuovo stile di consumo, sarà davvero difficile tornare indietro». 

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